MANOVRINA: TORNANO I VOUCHER? DAL LAVORO BREVE A QUELLO INTERSTIZIALE, DAL CONTRATTO DI SERVIZI ALLO CHEQUE DA 15 EURO

In attesa che il Governo (o il Relatore di maggioranza) venga allo scoperto sulla reintroduzione del cosiddetto lavoro accessorio (leggasi voucher et simili), in occasione dell’esame del decreto legge n. 50/2017 (AC 4444) in V Commissione Bilancio, i vari gruppi parlamentari hanno presentato una serie di emendamenti che provano a offrire soluzioni per il dopo voucher. Si tratta di oltre venti proposte che intervengono in maniera differente e in alcuni casi innovativa, proposte che – esclusa una – sono state dichiarate ammissibili.

Si passa da una semplice proposta di delega al Governo per disciplinare il lavoro accessorio e l’impiego dei buoni lavoro (dichiarata inammissibile) all’istituzione del “lavoro breve” e di quello “a orario ridotto”, passando per una nuova definizione di lavoro occasionale, a modifiche al vigente lavoro intermittente, fino addirittura all’introduzione del “lavoro interstiziale” e del “contratto dei servizi alla famiglia o alla comunità locale”. Tra gli strumenti di pagamento la creatività dei legislatori si è fatta spazio introducendo i “coupon”, gli “cheque” sull’esempio francese, e persino un “libretto famiglia”.

Variano altresì gli importi riconosciuti per ora di lavoro da corrispondere tramite i buoni: quelli abrogati valevano 10 euro all’ora, le nuove proposte parlano di 12 o 15 euro orari, nel caso del lavoro breve resta invece ancora a 10 euro, oppure di una sorta di retribuzione minima che corrisponderebbe a 7,50 euro all’ora laddove non vi siano disposizioni specifiche nei contratti collettivi nazionali di riferimento.

Anche i requisiti del nuovo lavoro accessorio presentano un ampio ventaglio di proposte. Limiti temporali: alcune prevedono fino ad un massimo di 70 giorni di lavoro effettivo nell’arco di un anno o 400 giorni nell’arco di tre o sei anni; alcune prevedono il limite delle 500 ore annue o ancora il limite di 30 giorni in caso di assistenza domiciliare, baby-sitting, etc. Vi è chi propone un limite di 10 giorni lavorati per mese in un anno; oppure 40 giorni in un anno civile.

Ai limiti temporali si aggiungono quelli di importo, analogamente a quanto previsto prima dell’abrogazione attuata dal decreto legge n. 25/2017: alcune proposte indicano 5.000 euro annui come massimale, e non più di 2.000 euro dallo stesso committente; altri individuano l’importo di 7.500 euro annui, nei limiti di 5.000 euro per ciascun imprenditore, oppure 2.000 euro per ciascuna famiglia o cooperativa o Onlus. Richiamando la normativa originaria vi è chi propone importi massimi annuali pari a 8.000 euro dei quali, per singola committenza, non superiori a 2.500 euro.

Ulteriori interventi sono proposti sulla platea dei soggetti che possono svolgere questo tipologia di lavoro: in taluni casi sono esclusi i professionisti, gli imprenditori e la PA; in altri si prevede specificatamente che siano invalidi, disabili, extracomunitari con regolare permesso di soggiorno, madri in congedo facoltativo, disoccupati da oltre 6 mesi.

Si ricorda che il Governo si sentì costretto a ricorrere alla abrogazione per disinnescare il referendum proposto dalla Cgil, previsto per il 28 maggio, che qualora si fosse concluso a favore dei proponenti, dopo l’arresto della riforma costituzionale avrebbe segnato per Renzi e per l’Esecutivo una disastrosa e indelebile sconfitta.

La disciplina del lavoro accessorio fu profondamente modificata dal decreto legislativo del Jobs Act nel corso del 2015 portando ad una impennata del ricorso ai buoni lavoro a fronte di una persistente condizione di disoccupazione e precarietà occupazionale. Nel solo 2016 furono venduti oltre 134 milioni di voucher, del valore di 10 euro ciascuno, nel 2015 furono quasi 110 milioni. Basta confrontare questi dati con quelli registrati tra il 2008 e il 2014, poco meno di 160 milioni, per comprendere il fenomeno e rilevare un evidente uso-abuso.

Ciononostante, è stato riconosciuto che la possibilità di ricorrere a modalità di accesso al lavoro più snelle, più leggere dal punto di vista fiscale e contributivo, avrebbe potuto e potrebbe ancora contribuire all’emersione del lavoro nero e all’avvio di un circolo virtuoso sul piano dei consumi, meno sul piano strettamente occupazionale.

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